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Paolo Racugno invita Gigi Riva a visitare lo stabilimento dell’Ichnusa

Giovanni Battista Capra capostipite

Ecco un nuovo capitolo della mia lunga intervista al centenario Paolo Racugno, campione di equitazione ma anche dirigente d’Azienda.  In questo capitolo si tratta proprio del secondo aspetto della sua vita. Lui infatti, dopo essere stato dirigente del CONI  è entrato a far parte dell’azienda  VINALCOOL società che ha acquistato e diffuso la birra Ichnusa. Racugno racconta tutta la storia,vissuta in parte in prima persona essendosi sposato con una discendente della dinastia Capra, famiglia di imprenditori tra i più importanti in Sardegna. Grazie a loro i prodotti sardi sono stati esportati non solo nella penisola italiana ma anche all’estero. La capacità imprenditoriale del capostipite Giovanni Battista Capra (mio Trisavolo) e stata determinante. Fra i tanti figli  , uno in particolare  Amsicora Capra, è riuscito a far crescere l’azienda di famiglia legata ai vini e liquori . Grazie a lui si devono i primi trasportio in Sardegna. Per poter importare le sue merci e quelle degli imprenditori legati alla sua società, divenne un armatore. Per le sue navi vennero create delle linee di navigazione che trasportavano anche civili. Fu inoltre il primo a creare un collegamento tra la città di Cagliari e il Poetto realizzando la linea tranviaria.  Ho sempre sentito raccontare questa storia nella mia famiglia, in particolare da mia nonna discendente della famiglia Capra, ma forse ero troppo piccola per capire la grande importanza che questi miei avi hanno avuto nella storia commerciale della  mia isola.

Ascoltando la storia raccontata da Paolo Racugno, mi sono venute alla mente le telenovelas sudamericane degli anni 80, quelle storie che ci hanno fatto conoscere  lo sviluppo economico di quei paesi attraverso le storie familiari.  Chissà se c’è  fra i lettori qualche produttore o regista disposto a rischiare per una fiction da poter così far conoscere in maniera più capillare la storia di questa famiglia così imprtante per lo sviluppo dell’economia sarda. Oltre ad Ansicora anche gli altri fratelli (tra i quali mio bisnonno)  erano parte dell’azienda, anche se in diversi settori come il grano e la sua trasformazione in pasta.

Potrete trovare tutte le mie videointerviste a Paolo Racugno ma anche a tanti altri cagliaritani, oltre che in questo mio blog  anche nel sito MEMORO – Banca della memoria.

L’imprenditore Alessandro Zecchino ha creato un museo itinerante sulla storia del birrificio Ichnusa, comprando e allestendo un bus  con centinaia di bottiglie e lattine ritrovate o acquistate  in giro per la Sardegna.

Video importato

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Oggi in Consiglio Comunale approvato all’unanimità l’ordine del giorno che impegna il Sindaco e la Giunta a rappresentare al Presidente e tutto il Consiglio regionale, l’urgenza e importanza di approvare la legge regionale per prevenire la dipendenza e le problematiche e contrastare il gioco d’azzardo, anche lecito .. e dare più potere ai Comuni per regolamentare e utilizzare efficaci strumenti di contrasto alla diffusione dell’azzardo, a difesa della salute e vita dei cittadini, soprattutto dei più vulnerabili.

E’solo un primo passo: fatto. Presto altre novità in Consiglio. Su questo tema e problema dobbiamo fare di più, è vero, noi tutti insieme, i numeri dell’azzardo 2016 sono impressionanti, non si vince … perché si perde sempre se si pensa che con la ‘fortuna e il gioco d’azzardo’ si risolvono le cose e i problemi…

Rita Polo (consigliere)

 

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L’alba a Stampace, le traccas dei 278 Comuni e il lungo cammino del cocchio del santo guerriero. La fotogallery dei migliori momenti dell’evento che, da oltre tre secoli e mezzo, unisce la Sardegna.

Clicca qui per vedere le altre foto della festa:   Sardegna Oggi

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Ogni anno Sant’Efis sceglie i migliori cavalli della Sardegna in sella a cavalieri ed amazzoni di provata fede.

di Mario Salis

Foto di Pierpaolo Dore

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di Mario Salis

Non si tratta di un epiteto irriverente, né di un anatema profano. Ma di una delle tre statue di Sant’Efisio, la più sconosciuta che vive in un regime di semi clausura e col rispetto parlando, la meno prestante Sicuramente la più antica, deve la sua denominazione all’errore del suo artista che pose nella mano destra, e non nella sinistra come la tradizione vorrebbe, la palma simbolo del martirio, il simbolo della croce sul palmo della mano sinistra; databile nella seconda metà del Cinquecento, di probabili origini bizantine come testimoniano la foggia de suoi calzari, veste un mantello a coprire la spalla sinistra che ricade sul braccio sinistro, sotto una tunica legata in vita lunga fino ai polpacci. Sembra pensare ad altro con uno sguardo serafico illeggibile in avanti. Ma Sant’Efis Sballiau nella phraseologia karalitana, è volto anche a definire l’aspetto di un viso contornato da mustacchi e mosca alla Handlebar and Chin puff, tanto da sembrare una brutta copia del Santo che li porta guizzanti ed eleganti alla catalana. Ma il simulacro più noto, di un autore sconosciuto è quello portato nella processione del 1° Maggio, che abitualmente dimora nell’altare della Cappella di Sant’Efisio. Dopo cinque restauri più o meno autorizzati, non sempre a regola d’arte, di due solamente resta traccia. Nel 2010 passato ai raggi x, il pezzo unico di tronco di pioppo su cui è scolpito, si è proceduto ad una profonda ripulitura, sotto il controllo della Soprintendenza dei Beni Storici Artistici della Provincia di Cagliari ed Oristano, riportando alla luce i suoi antichi colori: l’armatura in foglia d’argento e oro, il gonnellino azzurro oltremare e non più verde, gli stivali color oro, non più rossi. Il viso probabilmente non ha le stesse fattezze ideate dall’autore, forse anche le gambiere, ma per il rispetto dei fedeli non si poteva certo sconvolgerle le auguste sembianze, mentre lo stato di conservazione raggiunto è a prova d’usura delle migliaia di mani dei fedeli che toccano il Santo. Il suo sguardo è rivolto verso il cielo, nell’estasi della visione della croce. La statua attribuita a Giuseppe Antonio Lonis, scultore di Senorbì con bottega in Stampace, dimora in sa Coccera, la stanza dov’è riposto il cocchio dorato, interessato anch’esso da un recente restauro conservativo. Il lunedì dell’Angelo abbandona la chiesa di Stampace per raggiungere il Duomo non prima di aver sostato nella cappella del convento delle monache cappuccine di clausura. Le sue notevoli dimensioni non permettono il suo ingresso nel cocchio, il suo breve viaggio cittadino con l’elmo piumato, scioglie il voto fatto per scongiurare l’assedio dei francesi del 1796, mentre quello che inizia il primo maggio si occupa della grande peste del 1652. Questa statua, durante l’assenza del Simulacro in viaggio verso Nora, viene esposta al centro della chiesa. Tutto è pronto per la 358° edizione della Sagra di Sant’Efisio i due imponenti esemplari di buoi modicani S’Amigu e Pagu Fidau di Sarroch, domati magistralmente per girare su una pianella, come quando accadrà nella piccola piazzetta di Stampace, hanno preso il testimone da Mancai ci Provasa e non ci Arrenescisi che lo scorso anno hanno condotto e poi riportato Efis, con loro passo da parata tremolante in città e di gran carriera, sostenuto lungo il percorso. La Sagra si annuncia sfarzosa e multicolore nei suoi aspetti cromatici dei costumi variopinti e di gala. Avviato il dossier dall’Amministrazione Comunale di Cagliari per l’iscrizione nel nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, secondo appunto i principi stabiliti dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, il Santo sbarca anche in rete e diventa Social con foto, post, tweet. Sui social network, si potranno seguire le tappe del suo viaggio verso il luogo del martirio. La Sagra già da anni dispone di una sapiente e collaudata regia, che non sempre fa fede delle tradizioni più autentiche, ma rappresenta un significativo ambito di necessaria ricomposizione e di un dignitoso ordine, che una processione religiosa richiede. Si ripropone il dibattito a Cagliari come ad Oristano con la Sartiglia, a Siena con il Palio come alla moltitudine di analoghe manifestazioni che si svolgono nelle più antiche contrade del Paese, sulla salvaguardia dei più antichi riti e consuetudini, talvolta messi in serio pericolo dalle esigenze scenografiche dei mass media, e dalle virtuose implicazioni di natura turistica e di ricadute economiche. Si possono certamente condividere tali sollecitazioni, ma d’altra parte non si può interdire un nuovo corso di valorizzazione delle tradizioni, se ciò avviene nel rispetto dei suoi valori fondamentali.

La Sagra è in assoluto una delle manifestazioni sarde più immortale nelle immagini, e più filmate, così fin dai primordi delle riprese cinematografiche. Basta vedere alcuni resoconti filmati dal 1955 al 1958, laddove si vedono sfilare traccas insolitamente con gioghi di mucche, con il corpo decorato da coccarde colorate, che sul giogo espongono un cinghiale imbalsamato. Addirittura un carro è addobbato come un’improbabile nave, più consona ad una sfilata del carnevale viareggino che ad un’austera processione. Inoltre si assiste al lancio di ogni ben di Dio: goliardica artiglieria di pistoccheddus e pirichittus che s’infrangono sul pubblico divertito; esibizioni di audaci cavalieri, degni del circo itinerante del colonnello William Cody alias Buffalo Bill, nell’intento di sfidare i butteri maremmani, oppure evocando le gesta equestri della battaglia di Little Bighorn. Ora per fortuna non è più così. Ma se voliamo trovare l’anima più intima ed intensa della festa di Sant’Efisio dobbiamo andare alle immagini del 1° Maggio 1943, dove proprio nulla c’era da festeggiare. Un documento storico etnografico eccezionale, e grande è il tributo che dobbiamo al concittadino e cineamatore Marino Cao autore con la sua Kodak 8 mm. di quel prezioso cortometraggio. Sue e solamente sue, sono quelle immagini esclusive, le altre sono suggestive ma inattendibili sequenze, realizzate con la tecnica dello stop motion. Ma Cao non fu un semplice e coraggioso cineoperatore, in quei tempi era severamente vietato fotografare, figuriamoci filmare, la connivenza col nemico era punita severamente con la pena capitale, tanto è vero che altre immagini sulla Cagliari bombardata furono girate al riparo di una custodia di un’ingannevole busta di carta straccia. Ma seppure visto, quel giorno chi non poteva tollerare? Sull’affascinante bianco e nero di quei fotogrammi, riverbera il chiarore sinistro abbagliante, emanato dalla continuità del cumulo di macerie. Due uomini appositamente comandati, provvidero al loro sgombero per consentire il transito di quel triste corteo, che neppure lontanamente ricordava un’antica festa. Cao era convinto che Efisio avesse bisogno di vedere la città irriconoscibile, come i suoi fedeli di invocarlo ancora una volta. Attraverso il segretario aggiunto del Prefetto Leone, il Signor Augusto Tamponi, fu possibile rintracciare il sacerdote che deteneva le chiavi della chiesa di Stampace. Appena dentro, mentre dalle finestre quadrate dell’imposta della volta, penetrava la luce alimentando l’effetto irreale della polvere sospesa, trovarono Efisio balzato fuori dalla nicchia, scaraventato prono a terra, miracolosamente illeso se non un per un dito rotto. Tracce impercettibili del particolare, appena visibile anche dopo il restauro. Non si ha notizia delle altre statue, anche loro scampate al disastro. E’ allora che Cao si convince di quella che già si delineava un’impresa, sciogliere il voto anche in quel tragico 1943. Del resto gli imprevisti nel corso del rito pluricentenario non sono mai mancati: la sua partenza fu rinviata di circa un mese, un’altra posticipata di sette giorni, poi con il corteo solo a piedi, miliziani e guardiania a pei in terra; mutamenti di percorso attraverso i paesi dell’interno e da Capoterra di nuovo a Maddalena Spiaggia; immediatamente dopo la Grande Guerra furono le spalle dei reduci del 1915/18 a trasportarlo. Più di recente nel 1958 un cavallo nevrile con sopra un malcapitato mazziere, esce pericolosamente di gran carriera dal Comune, frenato a stento da un palafreniere, sicuramente un carabiniere dello squadrone a cavallo d’istanza in città, vestito come altri suoi colleghi da miliziano, riconoscibili dagli “originali” per il fatto che calzavano al posto delle ghette, lucidi stivali neri. Negli anni Sessanta una foto del sito stampacinidoc.it a cura di Giuseppe Marcialis – una straordinaria galleria del quartiere di Stampace – mostra un solo mazziere affianco dell’Alternos sostituito da Tore Melis decano della Guardiania, infatti poco prima un recalcitrante cavallo – piuttosto che i brachiformi mansueti cavalli di Masnata – da tiro agricolo pesante, aveva spedito all’ospedale il secondo mazziere, quando impennandosi poco dopo la piazzetta della chiesa lo aveva rovinosamente disarcionato. Cao in quei giorni, incurante dei bombardamenti del 31 marzo, nella fine aprile del ’43, fu allora che decise di intercedere presso il Vescovo Monsignor Ernesto Maria Piovella, sfollato a Nurri. A quell’istanza il prelato esitò esclamando – ma come fa Efisio a partire senza la sua pompa! Replicò subito – Eccellenza, Efisio ha bisogno di vedere la sua Cagliari martoriata e la sua gente di invocarlo – Piovella con la sua proverbiale bonomìa, impartì come una benedizione: Cao va, fai partire Sant’ Efisio! Né cocchio di città di legno dorato, neppure quello di campagna del Settecento come pure il crocifisso ligneo dello stesso periodo, Guardiania e Milizianus, chissà su quale fronte soffrivano, senza nemmeno i ciondolanti Lantioneris. Il mezzo più idoneo si rivelò il camioncino Millecento cassonato, quello si in nudo legno, di Giannetto Gorini – nulla di quel fasto già annotato da Alberto Della Marmora nel suo Itinerario dell’Isola di Sardegna pubblicato nel 1860, con la cornice del corteo disegnata con il caracollare di cavalli focosi. Inchiodato sul pianale, avanzò con una insolita fissità, piuttosto che col sussiegoso incedere tremolante del cocchio, impresso dal passo cadenzato de is mallorus arrubiusu. Si fece comunque largo tra le macerie. Sono le prime luci del mattino, prima della puntuale ora che uccide delle fortezze volanti, dalle dieci alle undici del mattino. Una panoramica sulla facciata sberciata di Sant’Anna, le cupole sventrate ridotte a metà come una semplice esedra, la scalinata danneggiata dai detriti, sono l’omaggio tragico di una città ferita. L’imbocco in via Azuni fa angolo con alcuni ragazzini a pantaloni corti, uno scalzo, da dietro un altro che prima di segnarsi la fronte con la croce, sembra accennare ad un rapido saluto da balilla.

Due vigili segaligni, visibilmente smilzi come gran parte di un migliaio di figure, rimaste nel capoluogo, concentrate soprattutto nell’inviolato viale Merello, lo attorniano come un feretro se non fosse per un drappo colorato che cingeva i fianchi del mezzo. Sono il labile ricordo di quel che rimane di una munita scorta. Nello slargo di Piazza Yenne appena dietro le rovine di un palazzo imploso su se stesso – dove sorgerà il “grattacelo” del Banco di Roma, si intravvedono gli unici onori protocollari resi Santo Soldato, un ufficiale italiano di spalle, ferma al suo fianco destro la bicicletta e saluta militarmente porta la mano destra al suo copricapo. Alla sua sinistra un soldato tedesco, stende la mano in avanti con teutonica determinazione. Il corteo si allarga appena al centro della piazza della stazione, centrata dalle bombe sul lato sinistro, i suoi giardinetti furono il sudario di giovani studenti universitari vittime dei devastanti spezzona menti. La scenografia sullo sfondo è uno spettrale palazzo Vivanet con la sua architettura neogotica squarciata verticalmente, ingoiando il ristorante Moderno tra le urla di chi vi rimase sepolto oppure impotente sui piani sospesi, secondo la testimonianza del Dottor Flavio Dessy Deliperi – ancora oggi è visibile la sua ricucitura con i nuovi mattoni avvenuta nel secondo dopoguerra. L’autista Giovanni Vargiu, guida lentamente quell’insolito cocchio ad autotrazione. A Giorgino non si cambia, non ci sono abiti di campagna da indossare, ori da riporre, ci sono invece marinai e militi dell’antiarea con le loro fotoelettriche. Hanno le divise in disordine, qualcuno tenta senza convinzione di irrigidirsi sull’attenti, ma tradiscono i loro sguardi infossati, sono assenti come assorti in una composta supplica, insieme a quelli materni di alcune donne. Un uomo armeggia vistosamente con una pompa a mano, per ridare tono alla ruota destra del camioncino. Da quel momento in poi si può immaginare il proseguo del viaggio solo attraverso le parole del Cavalier Mario Atzori che grazie anche all’impegno del confratello Gigetto Boi, assicurarono continuità al consueto viaggio. La staffetta avviene su un furgone 500. Lì Efisio può essere sistemato solo supino, gli viene preparato un rudimentale lettino, a Sarroch non lo aspettavano se non dopo il suono a distesa delle campane, lo accolgono volti che parlano con la bocca cucita della madre dell’ucciso di Ciusa, oppure si aggiustano nervosamente il velo, quasi a nascondere le lacrime della disperazione che le si legge chiaramente in volto. Una processione veloce, poi a San Pietro dove lo attende un altro corteo. A Pula il parroco fa solo la messa non se la sente per la processione, ma all’uscita del paese, come un tacito ordine misteriosamente diramato, migliaia sono le persone appalas de Sant’Efis per accompagnarlo fino a Nora. Per fortuna non succede nulla, gli aerei a doppia coda non disegnano minacciosamente il cielo, asinunca unu macellu! Di nuovo verso Pula questa volta con processione, verso Sarroch e finalmente a Cagliari. Anche quell’anno Annunziata Cannas vestita da Germana seguì il Santo come da un decennio con altre consorelle, per un voto al Santo, a piedi fino a Nora e ritorno. Tornavano in condizioni pietose, assurdamente doloranti, dopo il disagio degli alloggi di fortuna, ma si narra di una donna uscita incolume pur essendo travolta da una ruota posteriore del carro. Il motivo di quel gravoso voto, neppure a distanza di oltre sessant’anni dalla sua morte, non può essere svelato, ma nelle sue preghiere sicuramente vi era la supplica per il ritorno salvi, dei suoi due figli partiti nella guerra per mare. Uno sopravviverà all’inferno dell’affondamento della Corazzata Roma, l’altro tornerà provato ma ancora vivo da un altro, più lungo e doloroso pellegrinaggio, quello nei campi di prigionia, dopo aver combattuto nei fanti della Marina del Battaglione San Marco.

Avanti in età, scendeva ancora dalle scalette di via Porto Scalas a pochi metri dal Portico dello Sperone, per salutare e ringraziare ancora il Santo, chiedendo scusa ad alta voce puitta is forzas non mi du permittinti! Riuscì ad esaudire il sogno di una vita, andare a Roma per vedere San Pietro. Nel trionfo affrescato della Capella Sistina per Maria Assunta in Cielo, opera dei migliori artisti italiani del Quattrocento, cercò ingenuamente e senza esito il suo Santo Martire, neppure l’ombra dell’umile e poco prestante Sant’Efis Sballiau. Ma Sant’Efis esti nostru et unu scetti, e se non come unu de nosus dei quartieri alti, è sicuramente come nei versi dell’autentica Crespellani: “a su sonu ‘e sa cannuga, dognunu s’inginugara preghendi: Sant’Efis gioiosu esti passendi, issu de dogna beni sciri s’arruga”. Nelle tenebre illuminate del rientro, in Stampace sarà come sempre: Alloddu Efixeddu esti torrau! Ed ogni simulacro; del Lonis, quello di autore ignoto, ognuno con la sua grazia insieme a Sant’Efis Sballiau, torneranno e resteranno al loro posto.

fonte: Cagliari Globalist

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A18 onlus: Grazie al superfluo un aiuto concreto.

 Venerdi 21 marzo alle ore 16 presso il piano terra dell’Hotel Hinterland in viale Vienna, 1 a Selargius, verrà presentato alla stampa ed agli altri mezzi di comunicazione il progetto “Ecotessile: un pulmino per l’A18 onlus”.

 Ecotessile è un’azienda giovane che opera nel settore dell’ambiente ed ha sede in Toscana, precisamente a Chiusi in provincia di Siena.

Nasce nel 2012 con l’obiettivo di recuperare il materiale tessile (abbigliamento, calzature, biancheria, etc. in buono stato e non) attraverso la raccolta tramite il posizionamento di appositi contenitori, al fine di riutilizzarlo o riciclarlo. Si rivolge a soggetti pubblici e privati con l’intenzione di sensibilizzare i cittadini sulle problematiche ambientali e cercare di migliorare e risolvere il problema dei rifiuti in modo semplice, corretto e gratuito.

 Ecotessile è anche sensibile alle problematiche sociali, poiché è già partner della Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, si presenta nel nostro territorio come sostenitore dell’Associazione A18 onlus di Cagliari, associazione composta da genitori e professionisti che si occupa di adolescenti ed adulti con Autismo.

La conferenza stampa di venerdì ha lo scopo di far conoscere la realtà Ecotessile in Sardegna e di far sapere che attraverso l’adesione da parte di Amministrazioni Comunali e aziende private, l’azienda sosterrà l’acquisto di un pulmino da destinare all’associazione A18 onlus, garantendo così un servizio di trasporto dedito al sociale.

 Parteciperanno la Presidentessa dell’associazione A18 onlus, Prof.ssa Germana Trincas, il Dott. Pierfelice Todde, il Direttore Commerciale Ecotessile, Dott. Luca Biagiotti, il Direttore Tecnico Ecotessile, Vito Maddaloni e la Dott.ssa Maica Terziani.

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Correva l’anno 1949: elezioni del primo Consiglio Regionale della Sardegna

E’ pomeriggio inoltrato, quando in un’aula semi-deserta cala il sipario sulla XIV legislatura del Consiglio Regionale della Sardegna. Timidi applausi a scena oramai conclusa, salutano l’approvazione della Legge Finanziaria, che per la maggioranza ha scongiurato il ricorso all’esercizio provvisorio, costituendo uno strumento valido per affrontare le emergenze, mentre i suoi detrattori dall’opposizione, la bollano un bilancio inutile di una legislazione deludente.

I consiglieri ricandidati guadagnano velocemente l’uscita per raggiungere i colleghi assenti, già alle prese con la campagna elettorale. Con lo sguardo smarrito più che pensoso, rimangono nei loro banchi quelli che per ora andranno ad infoltire l‘Associazione degli ex Consiglieri, sperando in una prossima stagione elettorale. Una Consiliatura da dimenticare con tre onorevoli che varcano i cancelli di un penitenziario, e non per denunciare l’annosa questione carceraria. Nulla da festeggiare, poco da ricordare molto da dimenticare. Si saluta l’abbandono, per il volontario raggiungimento dei limiti d’età, dell’onorevole Felicetto Contu classe 1927, nei ruoli della Regione dal 1961, tanto da fargli guadagnare affettuosamente il vezzeggiativo di Fenicetto. Comunque per non rischiare l’inattività rivestirà l’incarico di difensore civico. Un politico navigato di altri tempi.

Si profila la campagna elettorale più breve e difficile della storia della Regione. I preliminari della ricerca dei candidati tra riconferme, abbandoni e passi indietro, assottigliano lo spazio di confronto tra gli opposti schieramenti e lo stesso dialogo con la base elettorale.

Di mattina a Cagliari in piazza Yenne, ai piedi della colonna miliaria che segna il principio della Statale 131 e della sua storia infinita, sfilano suv e city car incalzati dai disimpegni brucianti degli scooter, mentre dai mezzi pubblici come riflessi ondeggiano gli sguardi anonimi dei passeggeri, in procinto di scendere alle fermate del centro. La stessa prospettiva, ma con uno scenario diverso, quello dei giorni che precedevano l’8 maggio 1949, quando si votava per il primo Consiglio Regionale della Sardegna.

Sull’onda delle memorie tramandate e trascritte e delle immagini del cinegiornale INCOM n. 289 (Industria Cortometraggi Milano) antenato del settimanale Ciac e precorritore di quello televisivo Ciac-Gulp): la statua di Carlo Felice, scolpita nel 1829 ma issata molto più tardi nel 1860 sul basamento di marmo e granito disegnato dall’architetto Gaetano Cima. Quel piedistallo, appare completamente avvolto senza soluzione di continuità, da un autentico nastro di manifesti elettorali fino ai cippi che uniscono le catene. Inconfondibile la partitura geometrica dei quattro mori, mentre un audace attivista della risorta destra, ha scalato la statua sabauda fino all’estremità del suo bronzeo braccio destro, per collocarvi un simbolo fiammeggiante. L’ingresso della via Manno era listato da uno striscione – vota stella e corona – con la stella coronata del Partito Nazionale Monarchico, che al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 aveva riportato il 60,9% del consenso degli elettori sardi.

Dalla via Roma sgombra di qualsiasi traffico di auto, percorsa da carretti a trazione animale o trascinati da infaticabili garzoni, a cominciare dal bar degli americani che già erano andati via, lasciando le proprie affollate sale da ballo ed i loro fornitissimi empori – quasi difronte alla darsena, come descrive quei luoghi Ugo Pirro sceneggiatore di De Sica, Lizzani, Damiani, Pontecorvo nel suo Mille tradimenti del 1959, salivano gli strilloni con i giornali arrotolati su una cinta di cuoio, scomparendo sotto i portici fino al budello de Sa Costa, gridando “Ugnone” Sarda, il Tempo, edizione straordinaria, Paese Sera, anche se sulle loro magliette campeggiava la testata del Messaggero o del Mattino. L’Avanti, l’Unità, La Voce Repubblicana che provenivano soprattutto dalla distribuzione militante ed attraverso gli abbonamenti, spuntavano dalle tasche delle giacche e dei capotti rivoltati.

L’area oggi del Palazzo della Regione, era ancora un ammasso di macerie non del tutto bonificate, sbarrata da un muro di cinta che non riusciva a nascondere quella desolazione. Così in una Sardegna non più sottoposta all’Allied Military Governement, il 27 gennaio 1944 fu istituito l’Alto Commissariato per la Sardegna, che precederà di qualche mese l’altro analogo per la Sicilia, rimanendo in carica fino all’elezioni regionali dell’8 maggio 1949. A dirigere quest’organismo militare burocratico fu il generale sardo di squadra aerea Pietro Pinna Parpaglia di Pozzomaggiore, che dimostrò innate doti di mediazione quando gli fu affiancato prima una Giunta e poi una Consulta Regionale di 18 componenti, nominati dal Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, scelti tra rappresentanti del mondo politico, sindacale e culturale: tra gli altri i democristiani Angelo Amicarelli, Salvatore Mannironi; i comunisti Antonio Dore e Renzo Laconi; i socialisti Angelo Corsi, Filippo Satta; i sardisti Pietro Mastino, Piero Sotgiu, i liberali Francesco Cocco Ortu, Raffaele Sanna Randaccio, il demolaburista Giovanni Maria Dettori, l’indipendente Enrico Musio ed il repubblicano Agostino Senes. Oltre competenze contingenti doveva avanzare le proposte per l’elaborazione dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna. Era il 29 aprile 1945 al palazzo viceregio di Cagliari. Ma le elezioni del 1948 modificheranno ancora i rapporti di forza tra le varie componenti, che videro la luce della terza consulta fino al 4 maggio del 1949 nel vivo della campagna elettorale.

Ma la piazza intitolata al viceré marchese Ettore Veuillet d’Yenne ne aveva viste. Il 18 gennaio del 1945 gli studenti protestarono contro il richiamo alle armi, durante gli scontri con le forze dell’ordine ci fu il lancio di una bomba a mano che lasciò esanime un giovane agente, per cui la città rimase presidiata dall’Esercito. Del resto poco ci mancò, dopo la marcia su Roma, che il deputato Emilio Lussu subisse la stessa sorte mentre fascisti e sardisti si fronteggiavano, il calcio di un fucile raggiunse il parlamentare che lo fece finire in gravi condizioni al vicino ospedale, mentre in città si accendevano diversi focolai di disordini.

Il paesaggio umano della piazza era a geometria variabile, facoltosi nullafacenti che borbottavano come tromboni asmatici, smarriti disoccupati, fieri reduci claudicanti, piccaparderisi con addosso ancora la polvere dei fiorenti cantieri edili della ricostruzione, borghesia impiegatizia che conviveva con le maestranze della fonderia Chicca Salvolini non lontano dai robusti portuali. Qualche bandiera, pochi i cartelli, quelle facce ancora smunte da un prolungato razionamento, dicevano tutto. Correva l’anno 1949.

Fine prima parte    Mario Salis

cagliari.globalist.it
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Stralci dal giornale sardo “Corriere dell’Isola” del 24 aprile del 1912, anno in cui ci fu il naufragio del Titanic. Di seguito anche due trafiletti che riportano alcune notizie di quell’evento.

 

 

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“Il mio cuore è ferito. Negli occhi mi trascorrono prati, monti, volti, alcuni dei quali non vedrò mai più.

Ho pianto, sinceramente pianto, come un bambino a cui han rapito il fratello per nasconderlo nel passato, lasciarlo a mezza strada tra i ricordi e l’impotenza. Mi lega a voi, alla Sardegna, non solo una cittadinanza formale, ma una ben più alta affinità elettiva di sentimenti e sensazioni: mi sento un sardo, sono un sardo. Non è la terra di amici miei ad essere stata sconvolta, no, è la mia stessa terra.

C’è nella ricorrenza fatale, nel perdurare di questi disastri, quasi uno spregio, una incomprensibile sfida del destino contro il popolo che meno di tutti merita il dolore e la distruzione; ma d’altronde è nella sintassi stessa del vivere sardo essere soli contro tutti e tutto, vivere come “canne al vento”.

Vi abbraccio, vi abbraccio tutti in questo silenzio improvviso che risponde al tuono e alla morte: vi penso non come un eccezionale incontro, ma come la gente della mia vita a cui più assomiglio per volontà, dignità, senso morale.

Tra i miei ricordi trovo, per darci una sorta di consolazione, le parole bellissime tratte da un frammento del grande poeta greco Archiloco: “Cuore, mio cuore sconvolto – in mezzo a pene senza fine tirati su – a petto in fuori aspetta l’assalto – dei nemici: stai ben fermo all’istante – dello scontro e se vinci non metter su – arie, se sei caduto non affliggerti – girando col muso per casa: no no – goditi i tuoi momenti di gioia e – affliggiti al dolore quanto basta, impara – la melodia, il ritmo della vita umana”. Tornerò presto ma in verità da voi non sono mai partito, è come se fossi lì a dirvi, gridarvi, sussurrarvi “si ricomincia”, perché gli uomini sono troppo grandi per darla vinta al destino”.

Roberto Vecchioni

(pubblicata sul quotidiano “La Nuova Sardegna” del 22 novembre 2013)

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La protezione civile sta evacuando la Cittadella universitaria, tutte le lezioni sono sospese, NON venite a Sestu-Monserrato, NON intasate l’uscita di studenti e lavoratori.
Al Policlinico stanno annullando visite ed esami NON urgenti, ripeto NON urgenti, i dirigenti stanno facendo evacuare anche medici e impiegati, NON venite se non c’è urgenza.
NON c’è pericolo per la struttura nè per i Ricoverati, è solo per NON INTASARE L’USCITA.

Ci Sono Medici di guardia, infermieri e ausiliari a disposizione.

COMUNICATO ABBANOA

 Il maltempo ha danneggiato la linea elettrica che alimenta il potabilizzatore di Simbirizzi. L’impianto serve i Comuni di Cagliari, Quartu, Selargius, Quartucciu, Maracalagonis, Settimo San Pietro, Villasimius e Burcei. In attesa che l’Enel riattivi l’alimentazione elettrica la produzione è sottodimensionata rispetto alle esigenze dei centri interessati. Per questo motivo, se i lavori di ripristino dovessero protrarsi, non si escludono disservizi nell’approvvigionamento dell’utenza all’esaurirsi delle scorte nei serbatoi

Per il Nord Sardegna

URGENTE: servono gommoni e mezzi pesanti a Berchidda 3346837575 – servono aiuti in via Iglesiente a Olbia, é urgente – zona di Olbia il 115 è in tilt. Numeri alternativi: 0789/69502, 0789/52020 e 366/6617681. – sala medica allestita nel municipio di Olbia in quanto l’ospedale è difficile da raggiungere – statale 131 altezza Bauladu strada è allagata e l’acqua supera il metro di altezza – ponte crollato statale 129 tra Nuoro e Orosei – SS 131 NUORO-OLBIA CHIUSA DAL KM 66 (BIVIO ORUNE-LULA\DORGALI) – confermata evacuazione Terralba – a Torpè ci sono persone arrampicate sugli alberi – la diga di Torpè a rischio collasso: evacuato il paese – emergenze comune Uras 348/7074692, 347/1240911 – la Farmacia Lupacciolu, in via Genova ad Olbia è aperta per le emergenze.
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07.30

Partenza in aereo dall’aeroporto di Roma Ciampino.

08.15

Arrivo all’aeroporto “Mario Mameli” di Cagliari Elmas.

08.45

INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO in Largo Carlo Felice di Cagliari. Discorso del Santo Padre.

 

09.45

Saluto delle Autorità nel Piazzale antistante il Santuario di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari.

Saluto dei malati nella Basilica di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari.

 

10.30

SANTA MESSA nel Piazzale antistante il Santuario di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari. Omelia del Santo Padre.

ANGELUS DOMINI. Parole del Santo Padre.

13.00

Pranzo con i Vescovi della Sardegna nel Pontificio Seminario Regionale di Cagliari.

15.00

INCONTRO CON I POVERI E I DETENUTI nella Cattedrale di Cagliari. Discorso del Santo Padre.

16.00

INCONTRO CON IL MONDO DELLA CULTURA nell’Aula Magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna a Cagliari. Discorso del Santo Padre.

17.00

INCONTRO CON I GIOVANI al termine dell’evento “Getta le tue reti” in Largo Carlo Felice di Cagliari. Discorso del Santo Padre.

18.30

Partenza in aereo dall’aeroporto “Mario Mameli” di Cagliari Elmas per l’aeroporto di Roma Ciampino.

19.30

Arrivo in Vaticano.

 

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La prima foto è stata scattata dal celebre fotografo Henri Cartier-Bresson  (1908-2004) che fonda la propria carriera di fotografo sul viaggio, e nel 1962 approda in Sardegna, per realizzare un reportage per un insolito committente: la rivista Vogue.

Sotto alcune mie foto scattate ieri 8 giugno 2013

 

 

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Alcune bellissime immagini della Sella del Diavolo come non l’avete mai vista. Il fotografo cagliaritano Augusto Soro ci regala questi suoi scatti realizzati sul promontorio durante un’escursione in una giornata uggiosa.

La Sella del Diavolo è il promontorio che sorge a sud di Cagliari e separa la spiaggia del Poetto da quella di Calamosca.
Molte sono le ipotesi sulle origini del nome

All’origine di questo nome, vi è una leggenda di derivazione biblica secondo la quale i dèmoni, capeggiati da Lucifero, rimasero impressionati dalla bellezza del golfo di Cagliari e tentarono di impadronirsene, in questo contrastati da Dio che mandò le sue milizie al comando dell’arcangelo Michele per cacciare Lucifero.

Lucifero resosi conto che la battaglia volgeva a favore degli angeli, prima d’abbandonare il campo , scagliò la sella del suo cavallo di fuoco sul promontorio,  dando origine così alla famosa ” Sella del diavolo”

clicca MI PIACE sulla pagina Facebook Cagliari città del sole

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Fra Nicola, il frate dei cagliaritani. Un personaggio di poche parole amato da tutti. Mia madre lo ricorda bene, seduto in un angolo della città, in silenzio , con la sua bisaccia. La gente  si avvicinava  per raccomandargli preghiere per qualche persona cara e dargli qualche moneta.

“L’umile figura di un questuante. Elevato alla gloria degli altari da Giovanni Paolo II. E’ la storia di fra’ Nicola da Gesturi, al secolo Giovanni Medda (1882-1958), che consumò tutta la sua vita tra il paese natale (Gesturi, appunto, nell’arcidiocesi di Oristano) e il convento di Cagliari. La sua fu quella che oggi definiremmo una vocazione «adulta»: rimasto orfano giovanissimo, aveva vissuto in maniera molto semplice, lavorando da contadino. Sempre più attratto da una vita interamente donata al Signore bussò alla porta dei cappuccini a 29 anni, assai maturo dunque per l’epoca. Vestito il saio, per 34 anni svolse l’umile incarico di questuante. Senza alcun risalto esteriore, ma aiutando spiritualmente un gran numero di persone. Con il suo esempio di virtù e di bontà incoraggiò infatti molti alla carità verso i poveri. Morì nel 1958 a 76 anni. Papa Wojtyla l’ha beatificato il 3 ottobre 1999. (Avvenire)

Fra Nicola sarà finalmente un film, quasi concluso, che però ha ancora bisogno di qualche finanziamento per poterlo vedere nelle sale. Ho visto il trailer e devo dire che, anche se c’è poco , è bastato per emozionarmi.

Il regista è un autodidatta, Tiziano Pillitu, 47 enne di Pimentel (CA), a mio avviso con un grande talento. Leggete quest’ intervista tratta dal blog Tottusimpari.

Il protagonista è Giampaolo Loddo che nonostante nasca come musicista e cabarettista, ha mostrato col tempo un altro lato della medaglia, quello dell’attore drammatico dalla grande sensibilità. Già protagonista del film premiato a Venezia “Un ballo a tre passi“,  si cimenta ora nel ruolo del Beato Fra Nicola da Gesturi. Noterete la grande rassomiglianza dell’attore col Santo. In anteprima mi è stato concesso di pubblicare alcune foto del back stage del film.

 

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Il giornalista cagliaritano Paolo De Maina racconta Cagliari come la ricorda negli anni 80, e quale testimone diretto della nascita del settimanale di inserzioni gratuite più importanti della Sardegna:

Il Baratto.

Il 1980 è un anno denso di avvenimenti e di cambiamenti direi quasi epocali. Intanto è la punta del picco del calo di nascite – vertiginoso – che per ora si assesta a 40% in meno di bambini e scenderà sempre più. Tra padroni e operai nasce una sorpresa perché 40.000 colletti bianchi che pur non attanagliati da grande necessità economiche, ma sicuramente si sentono insoddisfatti di un mondo del lavoro sempre più impersonale, decidono di scendere in piazza in silenzio.

L’inflazione è al 22% e i partiti non si rendono conto del crescente malcontento sociale. Il 30 settembre è la data di nascita di Canale 5 e della vertiginosa ascesa della televisione commerciale e del suo “profeta” italiano Silvio Berlusconi che non finirà di “meravigliare” l’Italia. Parallelamente cresce il suo più grande alleato Bettino Craxi. Ma il 1980 è anche l’anno della ricevuta fiscale, dell’ascesa di Ronald Reagan negli USA, della strage di Bologna e di Ustica, del ricorrente calcio scommesse e del devastante terremoto dell’Irpinia.

In tutto questo quadro che ci fa un po’ da ricostituente per la memoria – ingrediente troppo spesso asfittico nelle nostre menti e nei nostri cuori! – zoomiamo la nostra telecamera su Cagliari. I sindaci dell’epoca sono i democristiani  Mario De Sotgiu, farmacista e Bachisio Scarpa medico igienista e docente universitario, dopo la breve e particolare parentesi del socialista Ferrara.

In quell’anno 1980 comparvero gli sponsor sulla maglia del Cagliari, con l’acquisto della società da parte di – chi non se lo ricorda? – Alvaro Amarugi, un personaggio molto curioso, che portò la formazione rossoblu ad un dignitoso ottavo posto e l’anno dopo al sesto.

Al Poetto erano ancora vivi e vegeti i casotti, quell’architettura policroma, poliedrica e naif che ha fatto sognare generazioni che vi si recavano col mitico tram P a cui innumerevoli piccioccudus si agganciavano pericolosamente per non pagare il biglietto.

Io avevo compiuto da poco i miei 23 anni, avevo finito l’università e mi preparavo a farmi una famiglia, quando il fratello di una carissima amica, Lello, insieme ad altri “folli”, dava inizio, il 30 maggio 1980, con grande spolvero e meraviglia per la pur sempre provinciale (anche se mitica) Cagliari, a Il Baratto fratello non minore di una schiera di altri giornali di annunci economici che da 2/3 anni iniziavano a rivoluzionare il modo di acquistare in Italia: Secondamano in Lombardia, Porta Portese a Roma, Bric à brac a Napoli, “Il Giornale delle Pulci a Palermo.

Il giornale di annunci economici gratuiti costituisce di per sé una idea editoriale rivoluzionaria, che modificherà radicalmente il modo di acquistare in Italia, perché nuova e semplice, che si basa sulla gratuità del servizio offerto.

Le principali testate italiane di annunci, compreso il nostro Baratto, creano un modo serio di operare, con norme rigide e selettive di comportamento degli editori nei confronti degli utenti, degli inserzionisti e dei lettori.

Ogni  privato inserzionista pubblicava il proprio annuncio e sperava nella vendita. Tutti i 40/50enni che leggono alzino la mano se non hanno mai fatto una telefonata per un disco, un motorino, un fumetto o quant’altro annuncio? Penso che le mani alzate saranno nulle o pochissime.

Mi ricordo che, oltre ad annunci, il giornale dava spazio anche ad articoli e rubriche e io, convinto di essere giornalista, cosa che non ho ancora perso, come invece il nero ai capelli, mi sono cimentato in qualche “pezzo”.

Chi mi ha chiesto di dare una testimonianza di un ritaglio di storia cagliaritana, non sa quanto è stato bello, commovente e sicuramente importante questo viaggio nella macchina del tempo, caro e interessante, come le 700 lire che si investivano per andare in edicola a comprare il Baratto

Paolo De Maina

La foto di testa è relativa alla terza sede del Baratto, quella di via Palestrina 26. La foto al centro ritrae l’autore dell’articolo Paolo de Maina con l’attuale moglie. Nella foto a destra una rara immagine di uno dei fondatori del giornale, Raffaello Atzori (l’altro è Cesare Ferrara).

 

Il Baratto è su FACEBOOK

www.ilbarattoannunci.it

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Era il 1980 e due giovani cagliaritani, alla ricerca di un lavoro che non arriva decidono di crearselo. Sono Raffaello Atzori e Cesare Ferrara.

Ispirati da quelle  novità editoriali delle grandi città, come   il   Secondamano a Milano o Porta Portese a Roma, decidono di mettersi in società e fondare a Cagliari Il Baratto.

L’aiuto economico c’era, si, limitato, ma c’era, ed era quello dei propri genitori. Un’avventura a cui nessuno avrebbe dato un seguito e invece oggi, a distanza di 32 anni Il Baratto c’è ancora, nonostante per anni la concorrenza abbia cercato di farlo crollare.

La prima sede era uno scantinato, arredato  con due scrivanie, 4 sedie e una macchina da scrivere. I telefoni erano quelli di casa. Il direttore responsabile, un giornalista alle prime armi:Pietro Porcella , avventuroso come i due fondatori. La pubblicità si faceva attraverso la distribuzione di volantini o  vecchie copie regalate gratis la settimana successiva nelle piazze e nei negozi, distribuiti a mano da noi ragazzi.

Il Baratto, il settimanale  di inserzioni gratuite   più venduto in  Sardegna, è uno strumento che cambia la vita di noi giovani di quegli anni.
Quando c’è stata la prima uscita, tutti erano molto scettici, la parola gratis non piaceva, sembrava un imbroglio.
Invece non lo era perchè tutti potevano mettere gratis i loro annunci di qualunque genere, per telefono, o personalmente, per poter vendere, acquistare , o scambiare qualcosa. A rimpinguare le casse c’erano le vendite, sempre in crescita e la pubblicità a pagamento che aumentava di settimana in settimana.

C’erano  anche le occasioni per conoscere gente nuova, fare gli auguri, trovare gli introvabili. Insomma pian  piano si è entrati in quella mentalità che allora era solo dei “continentali”.

Ha fatto storia “Il Baratto”.!

C’era anche la pagina dedicata alla poesia e chi se la vedeva pubblicare , si sentiva già un poeta affermato.

Mi piacerebbe conoscere i ricordi legati a questo giornale, di qualcuno che ha vissuto come me l’inizio di una nuova epoca.

Oggi il Baratto si è adeguato ai tempi. Ha il suo sito internet e una bella sede nella centrale viale Marconi a Cagliari.

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COME FUNZIONA

E’ semplicissimo. Per inserire gratuitamente il vostro annuncio potete:

1) Telefonare al numero 0704070, un operatore vi risponderà e inserirà automaticamente l’annuncio nel giornale.

2) Inviare un sms a uno dei seguenti numeri:

Vodafone: 3454460635

Tim: 3662541640

Wind: 3208049541

Tre: 3927092846

3) Inviare una e-mail all’indirizzo: ilbarattoannunci@gmail.com

4) Entrare nel sito internet ufficiale: www.ilbarattoannunci.it

-LA PUBBLICAZIONE DELL’ANNUNCIO E’ RIGOROSAMENTE GRATIS-

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La piazza Gramsci a Cagliari come si presentva negli anni 30 e come si è trasformata nel tempo.

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Ecco la Belle Epoque cagliaritana quando, erroneamente, “i continentali ” pensavano che la città fosse invasa dalle pecore. Quest’idea  però è rimasta fino agli anni sessanta.

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E’ davvero sorprendente vedere questa parte della città che ospitava il birrificio Ichnusa. Siamo intorno agli anni 20 e la strada di fronte a noi che s’incurva verso destra è oggi la Via Ottone Bacaredda. A sinistra, quella che va verso l’alto invece è la via Marche. Da notare il chioschetto che esiste ancora in forma di edicola. Vedi foto sotto.

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